Elena Artuso — Chi sono

Biografia

Elena Artuso (1976) vive e lavora in Italia. Dopo una formazione classica e studi economici, opera nel marketing. 

Si avvicina all’arte visiva in età matura, avviando un percorso indipendente, lontano da accademie e codificazioni formali. 

La sua pratica pittorica è guidata dall’ascolto e dall’intuizione e si sviluppa in dialogo con la materia, tra intenzione e possibilità.

Statement

PANGEA è un progetto di pittura contemporanea in cui le opere prendono forma attraverso terre e sabbie raccolte in luoghi di grande intensità, sacri, storici, simbolici o feriti.

Portare la terra dentro il dipinto nasce dal desiderio di andare oltre il colore e la rappresentazione. La materia non rappresenta il luogo: è il luogo stesso che entra nell’opera, portando con sé memorie, impronte e stratificazioni.

Ogni opera nasce dall’incontro tra luogo, materia e gesto pittorico. La terra, raccolta e custodita fino a entrare nell’opera, incontra l’intuizione e il gesto dell’artista, dando vita a uno scambio tra immaginazione e possibilità.

La materia diventa così un ponte tra geografia e interiorità, tra ciò che appartiene a un luogo e ciò che, attraverso l’opera, può continuare a vivere altrove. Un atto di cura accoglie ciò che è stato separato e lo trasforma in una nuova possibilità di relazione.

PANGEA è una ricerca sulla relazione profonda che ci lega ai luoghi e sulla possibilità di trasformare la memoria in presenza, il frammento in continuità, senza cancellarne l’origine.

Attraverso la pittura, luoghi, memorie e appartenenze entrano in relazione e costruiscono una nuova geografia di materia e possibilità.

Manifesto

Non un’arte che mostra la ferita.
Un’arte che la attraversa
e la trasforma.

La frattura è parte del nostro tempo.
Il disagio. La crisi.
Le ferite del mondo.

Ma oltre la narrazione
può aprirsi uno spazio di ricomposizione.

PANGEA nasce qui.
Dove il frammento
cerca una nuova appartenenza
senza perdere la sua memoria.

Non offre certezze.
Cerca appartenenza.

Ogni opera è un passaggio.
Tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo diventare.
Tra impronta e appartenenza.
Tra memoria e ricomposizione.

Non si guarda. Si attraversa.
Non è un oggetto. È una soglia.

Il titolo arriva dopo.
Quando l’opera ha trovato la sua voce.
È un messaggio che emerge.
Per chi lo riconosce.

Non rumore. Ma ascolto.
Non separazione. Ma relazione.
Non consumo. Ma presenza.

Nulla è davvero inerte.
Ogni luogo continua a parlare.
Le terre custodiscono memorie, impronte e stratificazioni.
Nell’opera si incontrano senza confondersi.

Come il supercontinente originario,
PANGEA richiama una condizione originaria di unità.
Non un’unità perduta da rimpiangere.
Un’unità da riscoprire.
Dentro la materia.
Dentro la memoria.
Dentro le risonanze che ci attraversano.

Ogni trasformazione genera una nuova possibilità di appartenenza.
E per un istante il mondo non viene rappresentato.

Si ricompone.